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Ti Permetto di Far Parte di Me

Come scoprire il confine tra il nostro agire e le memorie dei nostri antenati, e far pace con il nostro passato
(Andrea Penna)

Scopri il confine tra il tuo agire e le memorie dei tuoi antenati, tra i programmi biologici e le tue scelte di vita, e risolvi il tuo passato.

"Noi medici abbiamo studiato sistematicamente la materia di cui siamo fatti; ora è tempo che dedichiamo pari impegno a studiare sistematicamente l’energia di cui siamo fatti".

Chi siamo, dove andiamo, da dove arriviamo? Sono le domande che accompagnano l’esistenza di tutti noi da sempre.

L’autore dopo anni di ricerche ha maturato l’immagine di un filo che ci accompagna e ci lega Tutti. Da un uomo di scienza ha identificato questo filo nel nostro Istinto, nella nostra natura biologica, integrata in un ecosistema che può arrivare sino all'Universo.

Il rapporto tra Noi e questo Istinto immerso nell'ecosistema generale, è direttamente proporzionale al nostro stato di tranquillità interiore.

Il filo che collega tutti noi e tutti quelli che ci hanno preceduto, e ci collega al sistema Terra in cui viviamo, è il Destino o Karma, la ragione per cui siamo qui biologicamente.

Oggi possiamo dire che il nostro Agire o Karma non è più qualcosa di misterioso e mistico. E la memoria di tutti coloro che amorevolmente ci hanno preceduto e, in qualche modo, aspettano una nostra approvazione.

"Noi siamo un campo energetico emotivo, che si manifesta per mezzo di un corpo".

Arjuna scelse di avere accanto a sé il cugino Krishna che divenne quindi l’auriga del suo carro da combattimento. Duriodana fu invece ben felice di accogliere tra le sue file i suoi soldati.
Lo scontro armato venne programmato sull’altopiano di Kuruksetra, luogo ritenuto sacro perché qui erano stati compiuti importanti riti sacrificali dagli avi della dinastia Bharara da cui tutti loro discendevano.
Il re cieco Dritrarastra, padre dei principi usurpanti, nel corso delle ostilità era assistito dal suo consigliere Sanjaya, al quale il saggio Vyasa aveva fatto dono del magico potere di vedere e di sentire tutto ciò che accadeva nell’immenso campo di battaglia, così che potesse raccontare le vicende dello scontro armato al sovrano non vedente.
Partendo da questa scena e per tutto il primo capitolo della Gita, troveremo quindi Sanjaya che descrive al re cieco Dritarastra la situazione sul campo di battaglia. Verranno elencati i nomi dei più importanti guerrieri schierati e sarà descritto il grande turbamento d’animo che investì Arjuna per il fatto di dover combattere contro i suoi parenti e amici. In un tale stato di smarrimento egli chiese consiglio a Krishna su come comportarsi nella drammatica circostanza in cui si trovava.
Questa scena introduce perciò al secondo capitolo, dove saremo già nel vivo del mistico dialogo tra Krishna e Arjuna che avvenne nel bel mezzo del campo di battaglia.

Per il modo in cui la Bhagavadgita descrive la Realtà spirituale e per il suo carattere iniziatico che la rende sempre fresca anche dopo averla letta più volte, essa viene catalogata tra le Upanisad, che sono le scritture sapienziali destinate agli studi superiori. Tuttavia essa è collocata all’interno del Mahabharata, che sebbene sia un’opera mastodontica, secondo la visione del Vedanta era destinata all’istruzione dei ceti più popolari.
Ma è proprio questa la ragione che rende la Gita una Scrittura sacra particolarmente completa e accessibile: le altre Upanisad, infatti, considerano molti argomenti come già acquisiti e catapultando subito lo studente sul piano trascendentale; perciò numerose di queste opere sono meno accessibili a un pubblico impreparato.
In ogni caso l’autorevolezza della Gita è fuori discussione ed essa è riconosciuta da tutte le scuole tradizionali induiste come detentrice della Verità assoluta e di come poterla raggiungere, tutte affermano che, se davvero compreso, questo testo sacro può bastare anche da solo a guidare l’uomo verso il sommo Bene e la Comprensione ultima. anche se poi si differenziano per quanto riguarda la sua interpretazione.

Infatti il divino Krishna, che nell’opera incarna il Supremo Principio Divino, può essere interpretato e concepito in maniera diversa, le scuole Personaliste lo considerano come Dio l’Essere perfettissimo e onnipotente che nella Gita parla alle anime condizionate, mentre le scuole Non Duali lo considerano come l’Assoluto onnicomprensivo impersonale detto Brahman, che attraverso uno stratagemma parla a noi, o per meglio dire parla a Sé stesso.
Perciò, nel corso della lettura, chi vorrà intendere il Supremo Divino come Dio l’Essere supremo, considererà la descrizione riferite al Brahman come la suprema Energia Divina che si emana da dall’Essere supremo e originale, e non lo intenderà come Fine Ultimo a Se stesso.
Chi invece ha una comprensione Impersonale e Non Duale del Supremo Divino, intenderà il supremo Brahman come la Realtà assoluta e quando Krishna si esprimerà in prima persona dicendo Io o Me, intenderà questi pronomi come indicanti il Supremo Brahman impersonale non differente da Sé, che attraverso Krishna si rispecchia e si descrive nella Gita.

Se poi dentro di noi non trova spazio alcuna concezione di Dio, potremmo leggere la Gita immaginando che Krishna rappresenti l’espressione dell’Infinito cosmico, ciò che ci circonda con i suoi infiniti abissi spazio-temporali e le sue innumerevoli galassie; o ancora possiamo ascoltarLo come fosse una sorta di nostra coscienza profonda che racconta ha se stessa la propria storia infinita.
Di fatto la Gita è incredibile proprio perché, a prescindere dalla concezione di vita di chi la legge e del modo in cui la si voglia comprendere, essa ha sempre e comunque qualcosa di molto interessante da comunicare.
Anche se volessimo leggerla da un punto di vista puramente razionale e antropologico, la Gita rappresenterebbe infatti e comunque una conoscenza molto arricchente, perché senz’altro essa è tra le più ardue e complesse espressioni costruttive dell’intelletto umano mai prodotte dai nostri predecessori.
Possiamo quindi apprestarci a leggerla serenamente ma anche pronti a riflettere su alcuni versi che possono colpirci di più, consapevoli che esistono molteplici livelli interpretativi con cui penetrare il loro significato.

Nei tempi passati in India moltissimi saggi e spiritualisti conoscevano la Gita a memoria: Mahatma Gandi era uno di questi, egli affermava che quando ricordava alcuni passi della Gita gli veniva da sorridere anche in mezzo alle più grandi difficoltà.
Ma anche numerosi intellettuali occidentali l’hanno apprezzata moltissimo e l’hanno spesso definita un’opera straordinaria per la sua capacità unica di dare la più ampia e completa descrizione del Supremo Divino.

Anche in occidente infatti la Bhagavadgita è oramai molto conosciuta e in commercio ne esistono moltissime versioni nelle principali lingue, alcune delle quali sono di ottima fattura.
In genere le traduzioni che sanno meglio mantenere il messaggio originale della Gita sono quelle curate da maestri spirituali indiani, i quali però tendono spesso a lasciare molte parole in sanscrito perché non trovano per queste nessuna traduzione davvero calzante, e ciò per molte persone ne rende poco agevole la lettura.
Altre volte invece questi maestri non conoscono le varie sottigliezze semantiche e stilistiche con cui ci si può esprimere in una lingua straniera, così nelle loro traduzioni mancano spesso delle sfumature che invece possono esser colte nelle versioni originali del testo.
Nelle traduzioni eseguite da accademici occidentali c’è invece il rischio di perdere un po’ l’anima dell’opera e spesso anche una traduzione fedele al testo originale può risultare troppo impegnativa da leggere, perché nelle composizioni in sanscrito il soggetto può essere collocato anche dopo quattro versi dall’inizio del discorso, che così risulta molto faticoso da seguire.
Un altro fatto da tenere presente è che la Gita è stata oggetto di interpretazioni un po’ forzate da parte delle diverse scuole induiste che hanno tradotto in maniera diversa alcuni termini sanscriti per farli meglio aderire alla propria visione.
Questo fattore può non fare molta differenza a una prima lettura, ma una giusta intermediazione tra le tendenze interpretative dei termini sanscriti più contesi è senz’altro utile per darne una versione il più possibile equilibrata e universale.
Per tutti questi motivi ho ritenuto interessante svolgere un lavoro di ritrascrizione dell’intero testo, confrontandone ogni singola parola di ogni verso su sei diverse versioni dell’opera considerate tra le più autorevoli e appartenenti a diversi riferimenti scolastici.
Lo scopo che mi sono prefisso dedicandomi a un simile lavoro è quello di voler presentare al lettore una versione della Gita molto attenta a mantenerne inalterati i significati originali e libera da ogni faziosa interpretazione scolastica, capace quindi di rimarcare il carattere dottrinale universalistico che l’opera ha preteso di avere fin dalla sua prima stesura. Ricostruendo i dialoghi con un linguaggio fedele ai termini originali, ma allo stesso tempo chiaro e scorrevole da leggere.

Accennando poi dell’aspetto poetico di questo sacro Poema, c’è subito da dire che nessuna traduzione può riuscire a trasferire in maniera adeguata gli elementi poetici presenti nella lingua sanscrita.
La recitazione dei versi sanscriti viene infatti cantata; la metrica delle composizioni ne guida l’intonazione durante la lettura, che avviene con tonalità che variano e alternando ritmo ogni due o tre versi. La recitazione assume quindi una musicalità quasi sinfonica.
Una buona metrica unita a un’esperta recitazione, oltre a creare una piacevole armonia, sa sottolineare e mettere in evidenza sia le emozioni che le affermazione più salienti. Questa forma ritmica agevolava anche l’attenzione e la memorizzazione dei versi. Ma oltre alla forma recitativa anche molti eleganti ornamenti letterali vanno inevitabilmente persi in una trasposizione nelle lingue moderne.
Si potrebbe dunque pensare che qualsiasi versione occidentale della Gita risulti per forza impoverita della sua poesia, ma in realtà non c’è da preoccuparsi per questo, perché la vera poesia della Bagavadgita è data dal suo stesso contenuto e dal suo messaggio.
Non preoccupiamoci neppure se non potremo intonarla cantandola come nell’originale in sanscrito, perché se sapremo ascoltarla essa rappresenterà sempre e comunque il sublime canto del Beato e un bellissimo inno alla vera Libertà.


AUTORE

Andrea Penna, medico di Torino. Nei suoi primi anni di dottorato si è occupato del rapporto tra equilibrio funzionale del sistema linfatico gastro-intestinale (SMALT), intolleranze e allergie alimentari e sviluppo delle malattie del ricambio, che lo hanno portato a sviluppare una propria teoria da egli chiamata Indice Metabolico. Da oltre vent'anni esperto in agopuntura, omeopatia, fitoterapia, spagirya, iridologia, meditazione trascendentale, ipnosi, antropologia, costellazioni familiari sistemiche, lavora sul rapporto esistente tra lo sviluppo delle patologie croniche e le dinamiche emotive all'interno del nucleo familiare. Tale ricerca lo ha portato a concludere che ad ogni Archetipo Comportamentale corrisponde un insieme di aree cerebrali, ghiandole e tessuti d'organi collegati in risonanza tra loro, i cui cambiamenti strutturali sono atti cognitivi: "Esiste apprendimento o capacità di adattamento solo in presenza di modificazione strutturale specifica organica di tali Unità Funzionali Comportamentali". Attualmente si occupa del parallelismo tra disturbi comportamentali nella vita di relazione e vita embrionale. Tiene corsi di aggiornamento per terapeuti e conferenze divulgative. È autore del libro Ti permetto di far parte di me (2015), e del libro Scrivi Rileggi e Brucia (2016) editi da Uno Editori.

Ti Permetto di Far Parte di Me Ti Permetto di Far Parte di Me
Come scoprire il confine tra il nostro agire e le memorie dei nostri antenati, e far pace con il nostro passato
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